In certe persone, le età della vita o, se preferite, le diverse fasi della vita coabitano e, di tanto in tanto, ciò è intollerabile. Una parte di loro si rassegna, invecchia, anticipa persino la vecchiaia; l'altra si è fermata all'adolescenza, alla giovinezza. È questo che è difficile.
Ma poi ero felice allora? Posso dire di esserlo stato mai? Sì, certo, a pensarci oggi lo ero, ma la felicità è una filibustiera, nel presente si degrada a nostalgia, che tra le tante forme di tristezza è la più sleale. La frase peggiore che si possa dire a sé stessi è: “Sarò felice quando …”. Ma che senso ha? Sarò felice quando cambierò lavoro, quando avrò un figlio, quando diventerò ricco, quando riuscirò a separarmi. E via così, per tutta l’esistenza, a ripetersi questa barzelletta. Marino ripeteva sempre che sarebbe stato felice una volta giunto in pensione, figuriamoci. Che follia, demandare la felicità agli ultimi anni di vita.
Sono convinta che tu sia in grado di fare qualsiasi cosa tu decida di fare e farlo bene, ma cosa desideri fare, esattamente, e sei disposto a lavorare e a sforzarti onestamente di ottenere quello che desideri? Nulla di importante si ottiene facilmente …
… quell’assurdo senso di mancanza, che non era svanito ma si era solo temporaneamente attenuato, allo stesso modo in cui il dolore fisico pare divenire più lieve quando supera una certa soglia..
Non c'è niente di più pericoloso [...] che sottovalutare il proprio avversario, ignorare la sua logica e, tanto per negargli ogni singola ragione, definirlo un «pazzo».
Ho in petto un senso di trepidazione, trepidazione ardente, che mi coglie impreparato e mi ricorda che non è passato poi così tanto tempo da quando ero giovane.
Perché la vita è così. Procediamo a piccoli passi. Rialziamo la testa e torniamo ad affrontare il volto feroce e sorridente del mondo. Pensiamo. Agiamo. Sentiamo. Diamo il nostro piccolo contributo alle maree del bene e del male che inondano e prosciugano la terra. Trasciniamo le nostre croci ammantate d’ombra nella speranza di una nuova notte. Lanciamo i nostri cuori coraggiosi nelle promesse di un nuovo giorno. Con amore: l’appassionata ricerca di una verità diversa dalla nostra. Con struggimento: il puro, l’ineffabile anelito di essere salvati. Poiché fino a quando il destino ce lo consente, continuiamo a vivere. Che Dio ci aiuti. Che Dio ci perdoni. Continuiamo a vivere.
Riconoscere la felicità è una forma di intelligenza. Perché semplicemente, tante volte la felicità ti passa accanto e tu non capisci che quello è un momento felice.
Le sensazioni sono instabili, si trasformano in ricordi, mutano e ballano, possono prevalere su quanto è stato detto e udito, sul rifiuto o sull’accettazione. A volte le sensazioni inducono a desistere, a volte infondono il coraggio per ritentare.
La cosa migliore sarebbe di non recitare nessuna parte, ma di mostrare il proprio volto, non è vero? Non c'è maggiore astuzia che di mostrare il proprio volto, perché nessuno ci crede.
Niente gli suggerì che fosse felice. Che senso aveva vivere per non essere niente? Che senso ha contare i giorni, attraversare le stagioni, se non si ha nulla da ricordare, nulla da prendere? Erano tutti perduti. Andavano a vuoto. Occupavano solo spazio.
Perdere è un po’ perdersi, c’è una solitudine nella sconfitta, uno smarrirsi nel restare indietro. Perdere è un po’ perdersi quando non hai vicino qualcuno che, qualunque cosa succeda, sarà mappa e bussola, quando non hai qualcuno che sia stella da fissare nella notte. Perdere è un po’ perdersi quando ti sembra che gli altri ti stiano vicino fintantoché funzioni, fintantoché servi: ma se solo cadi, se solo cedi, poi chi s’è visto s’è visto. Perdere è un po’ perdersi quando ci provi e non ce la fai, e senti di essere cascato in un mondo bello solo per quelli che ce la fanno.
Ma soprattutto perché la mamma aveva ragione, quando diceva che al mondo c’è chi è bravo a parlare, chi a raccontare, a convincere, a cantare o incantare, ma a me veniva bene la cosa più rara ascoltare. Che a me piace tanto. Ogni attimo della tua vita possono entrarti dentro così tante parole, immagini, suoni e pensieri, emozioni, posti distanti e diversi, altre vite altri mondi altri tempi, puoi sentirli, conoscerli, assorbirli mentre diventano tuoi, e tu diventi loro. Ascoltare è l’emozione più grande, la più grande rivoluzione. Ma appunto non lo fa nessuno.
Così siamo noi: noi che a volte capitiamo davanti a persone che ci sembrano deserti, ma dimentichiamo troppo facilmente che quei deserti hanno una storia, un passato, forse anche loro sono stati terra verde e fertile un tempo e poi è successo qualcosa, qualcosa li ha cambiati.
Certe volte ti escono frasi di cui a posteriori ti penti. Anzi, non è pentimento. Quello che dici coglie talmente nel segno che l'interessato se lo porta dietro per il resto della sua vita.
Anche i sentimenti cambiano, ma perché lo si possa vedere e ammettere deve passare molto più tempo e, soprattutto, sembra necessario portare a termine vecchi progetti prima di pensare a rinunciarvi. Bisogna aver varcato una linea di non ritorno per capire e pentirsi, per concepire il desiderio di tirarsi indietro e riconoscere di aver sbagliato; bisogna aver commesso un errore fino in fondo per constatare che è stato un errore, e allora si vorrebbe uscirne quando ormai è tardi per farlo senza grave danno.
Non si può chiedere ai forti di comprendere, non si siederanno mai al tuo fianco ad ascoltare e basta, la loro forza è l’urgenza dell’azione, del movimento.