Ci sono vari modi di guardare il mondo e gli altri. Il più diffuso consiste nell'assegnare delle etichette e attenersi rigorosamente a esse. Il meccanismo ha una sua micidiale semplicità. Assegniamo l'etichetta e, da quel preciso momento, la utilizziamo per osservare l'oggetto etichettato. Diventa uno strumento di selezione degli stimoli che arrivano alla nostra mente e, addirittura, ai nostri sensi. Vediamo, percepiamo ciò che corrisponde all'etichetta e scartiamo quello che la contraddice.
Chi aveva detto che le storie, se non le racconti, si disseccano a poco a poco, si sbriciolano e scompaiono nel nulla? L'unico modo per preservarle è raccontarle. Chi lo aveva detto?
Se l'interlocutore non vale la pena, parlare di cose che per te sono importanti o fondamentali, cose che addirittura definiscono chi sei, conduce spesso alla frustrazione. Già trovare le parole adatte è difficile. Sei sempre esposto al rischio di impoverirle, quelle cose, di svilire il loro significato, di dissiparle. Se poi chi ti sta davanti, la persona con cui stai parlando non è capace, o non ha voglia, di ascoltare sul serio, allora quel senso di sperpero diventa più acuto, a volte quasi vergognoso.
«Tutti, in qualche modo, mentono. Mentono agli altri e mentono a se stessi. Mentono sulle loro azioni e mentono sui veri motivi di quelle azioni. Ci sono quelli che lo sanno, pochi, e quelli che non lo sanno, la maggioranza. L’unica differenza è questa».